
Miniatura probabile ripr. di Federico II
Biblioteca capitolare Salerno
...BIONDO, ERA E BELLO
E DI GENTILE ASPETTO ...
MANFREDI DI SVEVIA
INSEGUITO DALLA
SFORTUNA
Michele E. Puglia
SOMMARIO: IO SON MANFREDI NIPOTE DI COSTANZA IMPERATRICE; CORRADO ARRIVA CON L’ESERCITO DALL’ALEMAGNA; MANFREDI LIBERA LUCERA DOMINATA DA GIOVANNI MORO E SI ASSICURA IL RESTO DEL REGNO; L’INCORONAZIONE DI MANFREDI A PALERMO E SUO REGNO; NELLA BATTAGLIA SEGUITA ALL’ARRIVO DI CARLO D’ANGIO’ MANFREDI AVEVA CERCATO VOLONTARIAMENTE LA MORTE; LE CRUDELTA’ DI CARLO AVEVANO SPINTO A CHIAMARE CORRADINO IN ITALIA; CON IL REGICIDIO DI CORRADINO LA DINASTIA DEGLI HOENSTAUFEN SI ESTINGUE; DELLA VARIETA’ DELLA FORTUNA DI CAMILLO TUTINI ( Della rovina della Casa Sveva).
IO SON MANFREDI
NIPOTE DI
COSTANZA
IMPERATRICE
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D |
ante, non ritenendo veri i delitti attribuiti a Manfredi, preso da pietà, aveva cercato di salvarlo con la concessione, che gli sarebbe stata fatta, della grazia divina; e lo aveva messo nell’Antipurgatorio, dov’era giunto col suo corpo, come si notava dal sole che faceva ombra ... perché il lume del sole è tagliato, mentre ciò non si verificava con il corpo di Virgilio; aveva due ferite, una al ciglio e l’altra al petto, con cui era stato ucciso.
Era stato posto nel terzo canto del Purgatorio, tra i negligenti (vale a dire i disattenti o disubbidienti), e a Dante, al quale si era rivolto chiedendogli se di là mi vedesti unque (ma Dante era morto tre anni dopo la sua nascita); dopo che si fu umilmente disdetto d’averlo mai visto, sorridendo gli disse, io son Manfredi, nipote di Costanza imperatrice... e si raccomandava a lui, di recarsi “a mia bella figlia, genitrice dell’onor di Cicilia e d’Aragona e dica a lei il ver, s’altro si dice” (*).
La figlia aveva lo stesso nome dell’ava, Costanza ed era la prima figlia di Manfredi, avuta dalla prima moglie Beatrice, figlia del conte Amedeo di Savoia (Giannone); e aveva sposato Pietro d’Aragona, figlio del re Giacomo (poi Pietro III d’Aragona).
Manfredi aveva avuto una seconda moglie Elena, degli Angelo-Comneno, da cui aveva avuto tre maschi, Enrico, Federico e Azzolino (per Giannone, Anselino) al quale era stato probabilmente attribuito il nome di Manfredino; due di essi morirono vivente il padre, il terzo fu fatto morire da Carlo in carcere con la madre (**).
L’imperatrice Costanza, era figlia del re Ruggero II e moglie di Enrico VI (o Arrigo), figlio di Federico Barbarossa e padre di Federico II; Dante l’aveva messa nel III Canto del Paradiso, delle donne beatificate dalla verginità, nel senso che alle vergini che erano nel monastero, era stato imposto il matrimonio, come era successo a Piccarda Donati, che si trovava accanto a Costanza.
Per Costanza, il motivo che l’aveva fatta finire nel monastero, si era presentato alla sua nascita, in quanto l’astrologo Gioacchino Calabro, aveva pronosticato che la nascitura sarebbe stata la desolazione del regno; il re Ruggero II, spaventato dal vaticinio, aveva disposto che fosse messa nel convento delle suore basiliane di Palermo; la madre Beatrice, sorella del conte Retesta, era incinta di lei quando Ruggero moriva (1154) e la bambina nasceva postuma l’anno seguente (***) e finiva nel convento.
Quando tramite Gualtieri, arcivescovo di Palermo, era stato deciso il matrimonio con Enrico, Costanza era stata prelevata dal monastero e aveva trentun anni; Enrico VI ne aveva dieci di meno, e sposandola ereditava il regno di Sicilia.
Al re Ruggero II era succeduto il figlio Guglielmo II d’Altavilla, il Buono (1153-1189), ultimo dei re normanni, che dalla moglie Giovanna d’Inghilterra, figlia di Enrico II, non aveva avuto figli.
Costanza ed Enrico si erano sposati (27 gennaio) a Milano, in Sant’Ambrogio, in gran pompa, presente l’imperatore Federico Barbarossa; e dopo il matrimonio, Guglielmo, ancora giovane, aveva convocato i vassalli nella città di Troia (1186), ai quali aveva fatto fare il giuramento di fedeltà in favore di ambedue; il caso aveva voluto che Guglielmo morisse tre anni dopo il loro matrimonio e Costanza ed Enrico gli succedevano nel regno.
Vi era però chi avanzava pretese sul regno, e si era formato il partito avverso, incitato dalla Corte di Roma: si trattava di Tancredi di Lecce (figlio naturale dell’altro Ruggero, figlio naturale del II, che sarebbe stato III), il quale, lottando con Enrico, moriva (1192), sostituito dal figlio minore, Guglielmo (III) con la madre Sibilia, Costei, con Guglielmo e le due figlie Albinia e Mandonia, con l’inganno erano stati fatti prigionieri da Enrico, a Caltabellotta, il quale, dopo aver fatto evirare Guglielmo, li aveva fatti portare in Germania, dove morirono miseramente (***); così la dinastia normanna si era completamente estinta.
Due anni dopo (1194) Costanza (o Gostanza come vuole Curti), dava alla luce Federico II e dopo ancora tre anni (1197), moriva Enrico VI, mentre Costanza moriva l’anno seguente (1198) e Federico, ragazzo “puer Apuliæ”, cresceva nelle strade di Palermo, sotto la protezione del papa.
Manfredi era figlio naturale di Federico II e Bianca Lancia, dei marchesi di Piemonte, molto amato dal padre, era stato educato da principe e il padre gli aveva assegnato il principato di Taranto e concesso le contee di Tricarico, Montescaglioso, Gravina, l’Onore di Monte S. Angelo. A diciotto anni era stato nominato bailo e governatore del regno, durante l’assenza di Corrado che si trovava in Alemagna; indicato nel testamento del padre, come successore del figlio Corrado; nello stesso anno (1250) Federico II si ammalava e moriva a Fiorentino di Capitanata. Manfredi come governatore, faceva gridare in Puglia il nome di Corrado e mandava il fratello Enrico a governare la Sicilia e la Calabria (De Sariis).
Manfredi, dal suo canto riceveva dal marchese Bertoldo di Hohenbruch, bailo, eletto da Corrado e dai baroni di parte sveva, la disponibilità a consegnare il tesoro in sue mani con l’assenso della nobiltà. Manfredi prendeva quindi le redini del governo, lasciando tutti i consiglieri nominati dal padre al loro posto.
Innocenzo IV, sentita la morte di Federico, da Lione partiva per l’Italia e scriveva alle principali città e ai baroni del regno, di alzare i vessilli della Chiesa, ciò che fecero molte città della Puglia e di Terra di Lavoro, Capua, Napoli e i conti d’Aquino, che possedevano una vasta estensione di territorio dal Volturno al Garigliano. Manfredi poneva l’assedio a Napoli, ma non riuscendo a superare le forti mura, dopo aver devastato il territorio, si diresse in altre parti di Terra di Lavoro per evitare che seguissero l’esempio di Napoli e Capua.
*) Benvenuto Rambaldi, Commento alla Divina Commedia, Imola 1856.
**) Di Cesare, in due lunghe note ne fa la cronistoria e riferisce che a Canosa, nel 1511 si diceva che nella chiesa di San Sabino eretta da Boemondo, in cui fu sepolto, erano sepolti i figli di Manfredi, e notava che nella navata sinistra vi erano due lapidi senza iscrizione. A proposito di queste note, dobbiamo rilevare che questo autore pur avendo fatto riferimento al matrimonio di Costanza, che aveva sposato Pietro d’Aragona figlio del re Giacomo, non aveva specificato che la madre fosse Beatrice di Savoia.
***) Pier Ambrogio Curti, Isorie italiane del xiii secolo, Milano 1854.
CORRADO
ARRIVA
CON L’ESERCITO
DALL’ALEMAGNA
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orrado, liberatosi dalle guerre in Alemagna, con l’esercito giungeva in Lombardia e non trovando forze sufficienti tra i Ghibellini, ordinava di predisporre un esercito per abbattere i Guelfi, nominando come capo Ezzellino da Romano, (v. in Art.); imbarcatosi con l’esercito, una parte sbarcava a Pescara, mentre Corrado sbarcava alla marina del Gargano, ricevuto da Manfredi.
Corrado, con l’esercito rinforzato da quello di Manfredi e dai saraceni di Lucera, si dirigeva in Terra di Lavoro e dopo aver debellato i conti d’Aquino e le altre città e castelli ribelli (1252), stava per cingere d’assedio Capua, che si arrese, non opponendo resistenza. Quindi Corrado si recava a Napoli che si era messa dalla parte della Chiesa, cingendola d’assedio; egli aveva fatto venire dalla Sicilia le navi, per impedire i rifornimenti alla città, dalla parte del mare.
Il papa Innocenzo IV (Sinibaldo Fieschi 1243-1254), si trovava a Lione dove si era recato al concilio (1245), che aveva scomunicato Federico II; rientrando da Lione, si era stabilito a Perugia in quanto a Roma vi erano sostenitori di Corrado; e i napoletani si erano rivolti al papa per avere aiuti, ma ricevettero solo benedizioni e promesse, per cui mandarono ambasciatori da Corrado (1253), che aveva preparato macchine e sotterranei per assalire la città, che li respinse.
La città era stata messa a fuoco e Corrado per punire i napoletani, scacciava l’arcivescovo e fatte abbattere le possenti mura, se ne tornava in Puglia accompagnato da Manfredi al quale riconosceva il secondo grado dopo di lui.
Corrado, per il suo carattere violento, era circondato da odio, e vedeva che Manfredi aveva il favore del popolo e dei baroni; resosi conto che Manfredi era più atto a dominare che a governare da bailo il regno, e che l’amore del popolo potesse fargli aspirare al regno, volle revocargli tutte le donazioni che gli aveva fatto il padre, togliendogli ogni mezzo di futuro ingrandimento. Alla sua richiesta di ridurre le concessioni di feudi fattegli dal padre, Manfredi aderiva spogliandosi dell'Onore di Monte s. Angelo, delle contee di Gravina, Tricarico, Montescaglioso; era inoltre privato, in parte, del governo del principato di Taranto, con la nomina di un giustiziere, caricando la popolazione di balzelli e tributi in favore della Corona, in modo da privarne Manfredi.
Corrado, inoltre, per ulteriore oltraggio, bandiva dal regno Giuliano e Federico Lancia, Bonifacio di Anglano e tanti altri congiunti del principe, della parte materna, con le loro famiglie. E poiché costoro avevano trovato asilo presso Giovanni Ducas Batatze, imperatore di Nicea, inviava il marchese Hohembruch per farli mandar via. Manfredi aveva accettato tutte queste contrarietà, quando il cielo lo vendicava di tante ingiurie (secondo Di Cesare, De Sariis era di tutt’altro avviso!).
Mentre si piangeva la morte di Enrico, il figlio minore di Federico, che, venendo dalla Sicilia, per rendere omaggio al re suo fratello, trapassava (e sarebbe stato Corrado secondo gli storici di parte guelfa, come riferiva Di Cesare, che li discolpava ambedue dall’accusa); Corrado, che aveva deciso di tornare in Germania, colpito da morbo improvviso, anch’egli moriva a Lavello (1254), all’età di ventisei anni.
Corrado lasciava un figlio, Corradino, avuto dalla moglie Elisabetta di Baviera, di due anni e aveva nominato bailo del regno Bertoldo di Hohembruch il quale, appena conosciuta la morte di Corrado, prelevava tutto il tesoro di gemme, oro e argento della Corona.
Corrado aveva disposto di mettere il figlio sotto la protezione della sede apostolica.
Il papa aveva mandato da Manfredi dei messi che gli avevano chiesto di consegnare il regno alla Chiesa; Manfredi prese la saggia decisione di rispondere e disse che il pupillo era stato messo dal fratello defunto sotto l’egida del successore di san Pietro e se Innocenzo volesse reggere lo stato del monarca minore, egli sarebbe stato pronto a riceverlo nel regno senza opposizione, salvi i diritti del re e dei suoi.
Il papa che prima aveva scomunicato Manfredi come colui che si era opposto ai suoi disegni, dopo questo messaggio portatogli da Galvano Lancia, ne fu tanto contento che benedisse il principe, confermandogli con una bolla (28 Settembre 1254) portatagli da Galvano, il principato di Taranto e tutte le concessioni fattegli da Federico, aggiungendovi altri onori.
Il papa inoltre, convocava un parlamento a Capua (il 18 novembre) e Manfredi si era recato a incontrarlo a Cepperano (De Sariis), dove si inginocchiava e gli prendeva il freno del cavallo, portandolo per un pezzo di strada; Innocenzo preso da queste umili dimostrazioni volle concedergli altri onori, creandolo vicario del regno dal Faro al fiume Sele, e per tutto il contado di Molise e Benevento costituendogli ottomila once d’oro annuali; ed essendosi sparsa la voce nel regno di questi riconoscimenti del papa, i suoi sostenitori si mostrarono pronti a riceverlo; inoltre Manfredi con uno stratagemma, si liberava dei tedeschi del suo esercito. (De Sariis).
La nomina del nipote, da parte di Innocenzo IV, doveva turbare questi rapporti:egli, recatosi a Capua, nominava il nipote, cardinale Guglielmo Fieschi, legato apostolico del regno, col potere di amministrare il regno; questi era giovane pieno di alterigia, ed ebro dell'autorità avuta, cominciò a governare non come governatore, ma come padrone; e obbligava i baroni a prestargli giuramento di fedeltà, e pretendeva che glielo prestasse anche Manfredi, che lo rifiutava; ciò che lo faceva decadere dal favore di Innocenzo IV e gli attirava l’odio del cardinale (De Sariis).
Intanto si verificava un avvenimento che faceva precipitare i rapporti del papa con Manfredi.
Borrello d’Anglone era un grosso feudatario, che aveva ottenuto dal pontefice l’investitura del contado di Lesina, di cui faceva parte il feudo di Monte S. Angelo, appartenente a Manfredi (che portava il nome di Onor di MS.). Manfredi faceva ricorso al papa; il papa dava una risposta da oracolo “Se prefato Borrello nihil de juribs principis concessisse” (Se al predetto Borrello nulla di diritto fosse concesso al principe); dalla quale Manfredi si insospettiva sulle intenzioni del papa nei suoi confronti.
Si era anche verificato uno scontro tra i soldati di Manfredi e quelli di Borrello, che gli stava tendendo un’imboscata, in cui Borrello era stato ucciso e della uccisione, Manfredi era estraneo; ma il papa, ritenendolo responsabile, gli aveva chiesto di presentarsi per conoscere le circostanze. Manfredi aveva risposto che si presentava, con salvezza della sua persona; ma non aveva ricevuto risposta, e Galvano aveva capito che le intenzioni del papa erano di farlo imprigionare e suggeriva a Manfredi di recarsi in Puglia. Manfredi quindi partiva di notte da Acerra per recarsi a Lucera. con due fidati nobili napoletani, i fratelli Martino e Corrado Capece, e dopo varie tappe, prima di recarsi a Lucera, si fermavano a Venosa.
MANFREDI
LIBERA LUCERA
DA GIOVANNI MORO
E SI ASSICURA
IL RESTO DEL REGNO
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ucera era dominata da Giovanni Moro, che Federico II aveva messo a parte di tutti i suoi segreti e fatto governatore di Lucera (*), dove Moro si considerava un monarca. Pur essendo stato favorito dalla stirpe sveva e avesse avuto tanti benefici, vedendo fiorire la Chiesa, cambiava vessillo e violando le promesse fatte al figlio del suo padrone, si era recato alla Corte papale col pretesto del vantaggio per il principe, quando invece vi si era recato per determinare la sua rovina, mettendo nelle mani del Legato papale sé stesso e Lucera.
Recandosi a Roma (**), aveva nominato per sostituirlo un suo confidente di nome Marchisio, facendosi giurare che avrebbe impedito l'ingresso a Manfredi o chiunque della sua parte: era come togliere al principe l'ancora della sua salvezza: ma non abbatteva la sua grande anima (scriveva De Sariis).
Manfredi aveva mandato in città delle spie, dove tutti detestavano la perfidia del Moro ed erano tutti dalla sua parte; le cose si svolsero in modo che Manfredi entrando in città, fosse stato applaudito da tutta la cittadinanza.
Dopo Lucera, Manfredi aveva dovuto assicurarsi le città di Foggia e Troia, dove si trovavano Bertoldo e il Legato con l’esercito, e Manfredi si assicurava anche queste due città.
Innocenzo si era trasferito a Napoli e venuto a conoscenza dei progressi di Manfredi aveva deciso di scacciarlo da tutte le province del regno; e a conoscenza delle prodezze di Carlo d’Angiò conte di Provenza, fratello del re Luigi IX di Francia spediva, nel mese di giugno (1254), il suo cappellano e segretario Alberto da Parma, per trattare la sua venuta, offrendogli l’investitura; ma poiché il re si trovava in Oriente, non si concludeva alcun accordo.
Era giunto il mese di dicembre e Innocenzo IV cessava di vivere; ritenendosi il materiale possessore del regno, aveva proceduto a investiture concesse a molti baroni, contestando, come abbiamo visto, il possesso del regno a Manfredi.
Il suo impegno per assicurare il regno alla Chiesa era dovuto anche alla sua preparazione giuridica, avendo scritto cinque libri sugli “Apparati delle Decretali” e un libro apologetico contro Pier delle Vigne e sulla giurisdizione dell’impero e autorità del papa, e altre opere.
Il Legato apostolico e il marchese Bertoldo e il fratello Ottone, con l’esercito lasciato Manfredi, si erano diretti a Napoli, dove i cardinali si affrettarono ad eleggere, nel duomo di Napoli, il nuovo papa, Reginaldo conte di Segni, che prese il nome di Alessandro IV (1254-1261).
Manfredi aveva ridotto alla sua obbedienza diverse città della Puglia e il nuovo papa, atterrito dai progressi di Manfredi, aveva mandato il conte Tommaso della Cerra e Riccardo Filangieri per suggerirgli di non mancare di mandare ambasciatori a congratularsi della nuova elezione; ma Manfredi commetteva l’errore di rispondere: “che non avrebbe mandato ambasciatori se non per trattare la pace, in quanto il regno era possesso di Corrado II suo nipote e doveva rimanere sotto il baliato del principe”; ... e il pontefice diveniva più nemico del predecessore e riprendeva i contatti con Carlo d’Angiò .
Come abbiamo già accennato, il papa Innocenzo aveva condotto trattative con il re d’Inghilterra, Enrico III, per il figlio Edmondo (per altri autori, fratello Riccardo), al quale aveva richiesto di venire a conquistare il regno; ma le trattative erano state interrotte in quanto la moglie di Corrado, Elisabetta, era sorella di Enrico III; e Innocenzo si rivolgeva a Luigi IX, re di Francia (1252), offrendo il regno al fratello Carlo d’Angiò, conte di Provenza; poi era sopraggiunta la morte del papa.
Il papa Alessandro IV riprendeva i contatti con Carlo di Provenza, il quale faceva sapere di non essere disponibile e il papa si rivolgeva al re d’Inghilterra, di Norvegia e altri, che stavano andando in Terra Santa, facendo sapere che commutava il voto, per andare a conquistare la Sicilia e la Puglia, in favore della Chiesa (De Sariis), promuovendo contro Manfredi una crociata.
In Calabria e Sicilia si erano verificate rivolte, sollevate da Pietro Ruffo, conte di Catanzaro e governatore di quelle province, per mezzo di suo nipote, Giordano Ruffo; Manfredi aveva mandato truppe al comando di Corrado Truich e Gervasio di Martina, che l’avevano sedata, espugnando Reggio e Messina; dopodiché, Manfredi provvedeva ad assicurarsi la Terra d’Otranto. Stava assediando Oria quando il cardinale Ottaviano, calava con l‘esercito per invadere la Puglia, e Manfredi abbandonava l’assedio, per recarsi a Melfi dove fermava l’esercito, senza che il Legato avesse accettato lo scontro.
Mentre il papa Alessandro IV aveva creato Bartolomeo Pignatelli arcivescovo di Cosenza, accompagnato da Pietro Ruffo e da Ottone di Hohenbruch, al quale il papa, per maggiormente adescarlo, aveva concesso la contea di Catanzaro che Manfredi aveva tolto a Pietro Ruffo.
Il Legato, cardinale Ottaviano, nell’intento di promuovere una crociata, contro Manfredi, si era messo a raccogliere uomini, come crocesegnati, promettendo remissione e indulgenze per i loro peccati; riusciva a raccogliere duemila calabresi (scriveva De Sariis) male in arnese, ma come se andassero incontro al martirio per la fede, mostrando intrepidezza tale che spinsero l’arcivescovo a combattere contro l’esercito comandato da Gervasio Di Martina, che costrinse l’arcivescovo e Pietro Ruffo a fuggire; e così la Calabria era stata messa sotto l’obbedienza di Manfredi.
Giungeva nel frattempo in Puglia un maresciallo del duca di Baviera, zio di Corradino, inviato dalla regina Elisabetta, madre del piccolo re, per trattare con Manfredi e con la Corte romana.
Il Legato e il marchese Bertoldo, appena saputo di questo arrivo, chiesero a Manfredi la tregua per poter trattare, alla quale aderivano tutti i nobili e baroni dell’una e dell’altra parte; essa era, accordata per la durata delle trattative, con cinque giorni aggiuntivi, nel caso si fossero raggiunti gli accordi. Il Legato papale però non aveva dato alcuna conferma sulla dilazione dei cinque giorni e aveva fatto sorgere il sospetto che volesse ricorrere all’inganno, ciò che era emerso dal suo comportamento.
Infatti, mentre l’esercito di Manfredi si trovava alle marine di Bari, il Legato con il suo esercito entrava in Capitanata e sorprendeva Foggia, suscitando costernazione nella città e nella provincia; mentre la città di Monte Sant’Angelo si ribellava. Manfredi si recava a Lucera e dopo aver ridotto all’obbedienza le città del Gargano metteva sotto assedio Foggia; all’esercito del Legato si stava collegando il marchese Bertoldo, ma Manfredi lo preveniva, mettendolo in fuga e prendendo il bagaglio che egli aveva abbandonato.
Manfredi stringeva l’assedio, costringendo il Legato alla fame; il Legato, colpito da grave infermità mandava messi a Manfredi pregandolo per la pace che fu conclusa alle seguenti condizioni: Il principe teneva il regno per conto di Corradino suo nipote, eccetto la Terra di Lavoro, che doveva essere tenuta dalla Chiesa. Nel caso il papa Alessandro non avesse accettato questa concordia, sarebbe stata recuperata dal principe. Al principe il Legato chiedeva il perdono per i gentiluomini del regno che al tempo di Federico II erano stati esiliati, e che lo seguivano; e sebbene ciò non fosse stato oggetto delle trattative, Manfredi accordava il perdono, estendendolo anche al marchese Bertoldo e ai suoi fratelli, permettendo che potessero tenere tutti i loro feudi.
Conclusa la pace, l’esercito del Legato partiva da Foggia e Manfredi, mentre mandava messi dal papa a Napoli, per la conferma degli accordi, poteva dedicarsi alla caccia in quelle pianure.
Ma i messi di Manfredi giunti alla Corte del papa a Napoli, vennero a conoscenza che il conte di Guaserbuch aveva scoperto una congiura del marchese Betoldo e dei suoi fratelli, ordita contro Manfredi e che il papa Alessandro a tutt’altro pensasse, che a confermare gli accordi presi con il Legato.
Manfredi, accertata la veridicità di queste circostanze, faceva imprigionare il marchese e i suoi fratelli, convocando a Barletta un Parlamento generale con tutti i conti e baroni del regno per il giorno della purificazione (2 febbraio 1256); e inviava nuovamente messi per avere conferma del trattato, ma Alessandro negava la conferma.
Riunito il Parlamento furono presi vari provvedimenti e Pietro Ruffo fu privato della contea di Catanzaro e dell’ufficio di Maresciallo del Regno di Sicilia; discussa la questione della congiura dei fratelli Hohenbruch, furono ritenuti colpevoli e condannati a morte, ma Manfredi per clemenza mutava la condanna, con il carcere perpetuo dove finirono la loro vita (De Sariis).
Manfredi dopo aver riportato all’obbedienza, per mezzo di Galvano Lancia la Calabria e la Sicilia, e recuperato Terra di Lavoro, si recava a Napoli dov’era accolto con gran festa e onorava i nobili che lo avevano osteggiato, assumendoli al suo seguito come consiglieri e cortigiani. L’esempio di Napoli fu seguito da Capua e solo ad Aversa era rimasta una frangia della parte del papa che, alla fine, dovette cedere e così tutta Terra di Lavoro si sottopose alla sua ubbidienza e Manfredi poté navigare per Messina e assicurarsi il trono di Sicilia (1257).
*) Di Cesare, riprendendo da Matteo Paris, riferiva che quando Federico II aveva debellato i saraceni della Sicilia, aveva portato quelli atti alle armi a Lucera, dove ve ne erano sessantamila, ma il numero lo riteneva eccessivo.
**) Giovanni Moro era ucciso dai saraceni a Acerenza.
L’INCORONAZIONE
DI MANFREDI
A PALERMO
E SUO REGNO
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anfredi l’11 agosto (1258) era solennemente coronato nella basilica di Palermo da tre arcivescovi, con plauso di nobiltà e popolo: giovane di venticinque anni, già provato da tante vicissitudini, gli rendevano gloria (scriveva de Sariis) la cortesia, l’affabilità e la clemenza, senz’avere ereditato la crudeltà degli antenati.
Singolare la sua prudenza; grande il suo amore per le lettere e i letterati; egli stesso ben istruito nelle scienze e nelle arti più nobili; ma sopratutto risplendeva in lui la generosità e la gratitudine di premiare chiunque gli prestasse servizio.
Nel tempo della coronazione si diffusero le sue liberalità e magnificenza a profusione, di donativi al popolo, ai nobili e baronie, agli uffici e ai Lombardi, dei quali, più degli altri si fidava. Gli scrittori pontifici lo accusavano di poca fede e dedito ai piaceri e alla lussuria e gli rinfacciavano di aver occupato il regno spettante al nipote.
Manfredi aveva ereditato dal padre qualità come valore, prudenza l’arte di conquistare e comandare gli uomini, una galanteria cavalleresca nelle maniere, l’amore per le arti e per la poesia. L’inclinazione che aveva per la cultura gli aveva permesso di vivificare l’Università fondata dal padre Federico, e aveva inviato ai professori dell’Università di Parigi le versioni da lui fatte eseguire dal greco o dall’arabo, delle opere di Aristotele e di altri autori elleni, come emergeva dalle epistole dello stesso Manfredi (Di Cesare).
Il frate Guidotto da Bologna (sec. XIII), dedicava (tra il 1250 e il 1266), al re Manfredi di Sicilia , “Il fiore della Retorica”. L’intento del libro, di ampia divulgazione, era rivolto all’insegnamento dello scrivere e parlare in pubblico. Esso prendeva le mosse dalla pur celebre Retorica a Erennio, attribuita a Cicerone, ma opera di Cornificio, in cui erano compendiate le cinque parti della retorica (invenzione, disposizione, ornamento, memoria, gesto), per la diffusione dei principi dell’eloquenza.
Manfredi aveva creato il porto di Salerno, e per suo ricordo aveva fatto costruire la città di Manfredonia, essiccando le paludi che circondavano la zona di Siponto, formando un porto sicuro; aveva chiamato gli astrologi i quali, dagli aspetti dei pianeti avevano fissato la data per i primi fondamenti, al 23 Aprile 1256.
Il papa Alessandro, vedendo scacciate le sue genti da Puglia, Terra di Lavoro e Sicilia, e coronato Manfredi in Palermo, più che mai adirato, si rivolse alle armi spirituali, giacché nulla giovavano le temporali, ricorrendo alle scomuniche e agli interdetti. Aveva fissato un termine per la comparizione di Manfredi dinanzi alla Sede Apostolica, per tutto ciò che egli aveva attentato, per scomunicarlo e privarlo di tutti gli onori. Ma, essendo Manfredi poco curante di queste minacce, lo scomunicava, lo dichiarava ribelle, nemico della romana Chiesa e sacrilego occupatore, predone delle sue ragioni, che aveva stretto confederazione con i Saraceni dei quali era il capo.
Lo privava inoltre del principato di Taranto, di tutti i feudi, ragioni, onori, e preminenze. Lo dichiarava reo di esecrandi delitti, di aver posto in oscuro carcere padre Rufino, suo Legato in Sicilia e Calabria; di aver steso le sue sacrileghe mani sui beni della Chiesa del regno di Sicilia; di aver preso e tenuto in stretta prigione, l’arcivescovo di Brindisi, spogliandolo di tutti i suoi averi e di avere, con esecrando e orribile attentato, aspirato al soglio regale di Sicilia, occupando quel regno devoluto alla Sede Apostolica, col sacrilegio di farsi incoronare re, senza la sua permissione e consenso. Dichiarava col voto e consiglio dei suoi cardinali, Manfredi, scomunicato nulla la sua coronazione e tutti gli atti di unzione ed ogni atto ad essa attinente. Interdisse tutte le città e castelli che ricevessero Manfredi o lo ritenessero re; proibiva agli arcivescovi, vescovi e abati e qualunque ecclesiastico di celebrare i divini uffici alla presenza di Manfredi e che non ricevessero da lui benefici ecclesiastici e amministrazione di chiese e monasteri e coloro che li avessero ricevuto dovessero restituirli entro due mesi.
Per conferma, aveva convocato arcivescovi vescovi e abati della Sicilia che erano intervenuti alla coronazione, e non essendosi presentati, li aveva scomunicati; aveva scomunicato Rinaldo, vescovo di Agrigento, e deposto da vescovo, per avere con le sacrileghe mani unto in re, quel principe, e aver celebrato solennemente quella messa; scomunicava l’arcivescovo di Sorrento e lo deponeva dalla Chiesa, come anche l’abate di Cassino, privandolo del governo del monastero, per aver assistito all’unzione e alla coronazione. Agli arcivescovi di Salerno, Taranto e Monreale, che erano intervenuti alla coronazione e posta la corona all’indegno capo di Manfredi e postolo nel regal trono; spediva quindi una citazione, con termine perentorio a presentarsi avanti a lui.
Di questi fulmini non si fece alcun conto; erano reputati vani e senza ragionevol cagione scagliati, onde non si mossero né Manfredi né le città del regno, né i prelati per ubbidirgli; anzi Manfredi rigorosamente comandava che si seguissero per tutte le chiese del regno, come prima, gli uffici divini e non trovò opposizione da parte dei prelati e di tutti gli ecclesiastici e resosi potente e glorioso nelle altre parti d’Italia la fazione Ghibellina cominciò a sollevarsi sulla Guelfa, facendo mirabili progressi in Lombardia e Toscana.
Intanto giungevano ambasciatori della regina Elisabetta e del duca di Baviera (1259) che chiedevano la punizione di coloro che avevano falsamente annunziato la morte di Corradino, che era vivo, e pregavano Manfredi di voler lasciare il regno, che legittimamente era di Corradino. Manfredi, accortamente rispondeva agli ambasciatori che era noto e palese che il regno per Corradino era perduto, e che lo aveva recuperato con viva forza da due pontefici; che Corradino essendo ancora minore, lo avrebbe facilmente perduto e i pontefici, nemici della casa sveva, altrettanto facilmente glielo avrebbero ritolto. Oltre al fatto che il popolo detestava i Tedeschi e aveva orrore della nazione tedesca, e ora che il popolo si era assuefatto al suo dominio e alle sue maniere placide e all'italiana, non bisognava dar loro un nuovo principe facendo sorgere il pericolo di nuove rivolte.
E perché risultasse che non per ambizione di regnare, ma per maggior utile del piccolo re, egli non lasciava il regno e prometteva di conservarlo per lui e governarlo per poi lasciarlo a Corradino. La regina avrebbe fatto bene a mandare da lui il bambino che sarebbe stato allevato secondo i costumi italiani ed egli lo avrebbe tenuto non come nipote, ma come figlio e mandava al duca di Baviera dei magnifici cavalli e doni per il bambino.
Oramai la sua fama si era estesa nei Paesi d’Europa, per il suo coraggio, munificenza e splendore e si vide favorito e stimato da quasi tutti i principi d’Europa; e stabilitosi nel castello di Barletta, vi si era recato a visitarlo, l’imperatore di Costantinopoli Baldovino, ospitato con feste e giochi d’arme.
Per la sua gran fama, il re Giacomo d’Aragona, faceva sposare il suo primogenito, Pietro, con la figlia Costanza (1259), e un’altra figlia sposava il marchese di Monferrato; il papa si era mostrato contrario a queste parentele e aveva mandato il frate domenicano Raimondo di Pennaforte per impedire il matrimonio al re d’Aragona, senza riuscirvi (De Sariis).
Alessandro IV si ammalava (1260) e moriva e l’anno successivo era eletto a Viterbo il nuovo papa Urbano IV (1261-1264), Giacomo Pantaleon francese di Troyes, che destava le preoccupazioni di Manfredi, per gli aiuti che avrebbe potuto ricevere dalla Francia.
Tali preoccupazioni non furono vane, in quanto il nuovo papa cercò di disfare il matrimonio della figlia di Manfredi, Costanza, con Pietro d’Aragona, spedendo una terribile bolla, fatta affiggere alle porte delle chiese, con cui citava Manfredi a comparire alla sua presenza per purgarsi dei molti altri gravi ed enormi delitti e ricevere quei castighi e quelle pene che la giustizia avrebbe potuto imporgli.
I delitti espressi nella bolla, erano i seguenti: Manfredi per mano dei Saraceni aveva fatto abbattere fin dalle fondamenta la città di Ariano; aveva fatto uccidere Tommaso d’Oria e Tommaso Salice; aveva dato crudel morte e con tradimento a Pietro Ruffo conte di Catanzaro e fatta crudel strage di molti fedeli della Romana Chiesa. Che in disprezzo delle censure ecclesiastiche, faceva celebrare avanti a sé, nei luoghi a lui interdetti i Divini Uffici, ciò che non era senza sospetto di eretica pravità. Che egli preferiva ai Cristiani i Saraceni, in una dura servitù per le gravi imposizioni degli abitanti; che si era imbrattato del sangue dei suoi congiunti; che aveva fatto trucidare proditoriamente Corrado Bufario nunzio e vassallo di Corradino; oltre ai molti esecrandi eccessi, per i quali era dannato di notoria infamia.
Manfredi, udita la citazione, non mancò d’inviare suoi nunzi al papa, ma essi furono respinti; egli ne mandò altri che chiedevano al papa, per il termine di comparizione che gli era stato fissato nella citazione, di concedergli un lasciapassare per non ricevere molestie e ostilità nei luoghi della Chiesa, che dovesse attraversare. Il papa gli concedeva la licenza, non solo, restringendo il numero degli accompagnatori, ma disponeva che fossero senza armi.
Manfredi per la sua sicurezza, si faceva accompagnare da un numero sufficiente di soldati e cavalieri; ma Urbano ritenendo ciò una temerità, rinnovando le censure, lo scomunicava nuovamente e lo dichiarava eretico e nemico della Chiesa.
Manfredi, toltasi ogni lusinga di poter entrare nella grazia di Urbano, vedendolo così accanito nei suoi confronti, e non vedendo altro rimedio, faceva ricorso alla forza e mandava una compagnia di Saraceni a infestare la campagna romana e delle truppe nella Marca di Ancona, preparandosi a una guerra. Queste mosse avevano sdegnato ulteriormente il papa che non contento di aver umiliato gli Svevi in Germania, cercò anche di abbatterli in Italia.
Aveva infatti, mandato il notaio Alberto, della Sede Apostolica, dal re Luigi IX per l’investitura di uno dei suoi tre figli minori (1362); ma il re Luigi non accettava, in quanto in Germania vi era il designato Corradino, e il precedente papa Alessandro, aveva preso accordi anche con re Enrico d’Inghilterra, per il figlio Edmondo.
Il papa Urbano IV decideva quindi di invocare in Francia la crociata con concessione dell’indulgenza plenaria e remissione dei peccati, per chi avesse preso le armi contro Manfredi, dichiarandolo tiranno e nemico della Chiesa.
NELLA BATTAGLIA
SEGUITA ALL’ARRIVO
DI CARLO D’ANGIO’
MANFREDI AVEVA CERCATO
VOLONTARIAMENTE
LA MORTE
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I |
l papa Urbano IV, aveva mandato in Francia l’arcivescovo di Cosenza per offrire il regno al principe Carlo e al Legato, che, per invogliarlo, gli illustrava le bellezze del regno, ma egli rispondeva di doverne parlarne con fratello, il re Luigi che, come abbiamo visto, era contrario.
Carlo avrebbe rinunciato, se non avesse avuto le pressioni dell’ambiziosa moglie Beatrice, l’unica di quattro sorelle rimasta contessa, mentre le altre tre sorelle erano divenute regine. Una, Margherita, era regina di Francia, l’altra, Leonora, era regina d’Inghilterra e la terza, Sancia, era regina di Germania. Per spingere il marito ad accettare, gli aveva offerto tutti i suoi gioielli; e così convinto, Carlo era passato a discutere sulle condizioni poste dal papa, che erano quelle già poste anche a Manfredi; vale a dire con i limiti imposti ai reami di Puglia e Sicilia, escludendo il principato di Benevento e Terra di Lavoro, con le isole di Capri e Procida, che restavano in proprietà della Chiesa. Ma Carlo non volle accettare se non l’intero regno, fino ai confini dello Stato della Chiesa, come lo avevano posseduto i re Normanni e Svevi, se non il censo, che egli avrebbe pagato, di diecimila once d’oro.
Nel mese di agosto appariva una cometa con una lunga scia bianca, che la sera a Oriente si accendeva di vivo splendore; mentre il Legato tornava in Italia, il papa Urbano IV moriva (1364) e la cometa che era durata più di tre mesi, scompariva quella notte.
Il nuovo papa era Clemente IV (Guido Fulcodi, 1365-1368) francese, era stato vassallo di Carlo e per prima cosa, intendeva definire il trattato con Carlo, per cui mandava subito l’arcivescovo di Cosenza per sollecitare la sua venuta, scrivendo una lettera a Carlo che “assolveva i Francesi di Terra Santa, commutando il voto fatto, con la conquista del Regno”, e una lettera al re Luigi con cui gli chiedeva di dare il suo aiuto al fratello Carlo.
Il papa aveva posto le condizioni per le parti del regno che dovessero appartenere alla Chiesa; Carlo non intese accettarle; ma Clemente riuscì a spogliarlo ugualmente di molte delle prerogative che avevano invece goduto i monarchi che lo avevano preceduto. Giunto con trenta vascelli, alla foce del Tevere, sfuggito all’insidia di Manfredi che aveva cercato di intercettarlo, era stato accolto con favore dai romani che gli avevano concesso la cittadinanza, nominandolo senatore; l’esercito e anche la moglie Beatrice, erano giunti via terra.
Prima di uscire da Roma per affrontare Manfredi, Carlo volle che il papa lo coronasse e gli concedesse l’investitura; Clemente che era a Perugia inviava la bolla dando incarico a cinque cardinali di ricevere il giuramento di fedeltà e di coronarlo ; la cerimonia dell’incoronazione di Carlo e Beatrice ebbe luogo il giorno dell’epifania; Carlo era investito del Regno di Sicilia, citra e ultra pharum (*), excepta civitate Beneventana, il giorno dell’epifania.
L’atmosfera che si respirava attorno a Manfredi era di tradimento dei suoi baroni, che sarebbero passati dalla parte di Carlo; Spinelli nel suo dialetto pugliese-napoletano (**), riferiva che Carlo era stato ricevuto a Napoli (marzo 1266) da Francesco de Loffredo, che lo aveva conosciuto in Siria, e gli aveva fatto un discorso in francese, consegnandogli le chiavi della città. Carlo era accompagnato da quattrocento nobili addobbati con divise, sopravesti e pennacchi e più di settanta signore che seguivano la nuova regina in carretta, con quattro cavalli bianchi, con una coperta di velluto turchino tutta piena di gigli di Francia d’oro, che in vita mia (scriveva Spinelli), non ebbi più bella vista.
Carlo, riferiva Collenuccio, si fece portare il tesoro di Manfredi e se lo fece mettere davanti su tappeti, dicendo a Beltramo del Balzo, di dividerlo; Beltramo, disse che non vi era bisogno di bilance, ma con i piedi lo divise in tre parti, dicendo, una è del re, l’altra per la regina, la terza per i cavalieri; e il re lo fece conte di Avellino e liberava tutti i prigionieri.
De Sariis scriveva che nel regno, Carlo era stato salutato festosamente: stupiva vedere nei medesimi sudditi (di Manfredi), tanta incostanza e volubilità; sembrava che tutti chiamassero Carlo, e già per ogni angolo non s’udiva altro che il suo nome e quello dei Francesi. Manfredi aveva convocato a Napoli un’assemblea e riordinato il suo esercito, presidiando San Germano dove pose cavalieri Tedeschi e Pugliesi e i Saraceni di Lucera. Ma a nulla valsero i suoi accorgimenti in quanto giunse Carlo sull’altra riva del Garigliano presso Cepparano dove il conte di Caserta, d’Aquino, ch’era di guardia, con alcune scuse si tirava indietro e lasciava che Carlo passasse il fiume senza alcun ostacolo; ecco come Carlo, entrato nel Regno, prendeva Aquino e la Rocca d’Arce che si arrendevano.
Manfredi inorridito del tradimento, cercava di correre i ripari e sospettando dell’ulteriore fedeltà dei regnicoli, mandava ambasciatori per trattare la pace; ma Carlo rispondeva agli ambasciatori: “Dite al soldato di Lucera che io con lui non voglio né pace né tregua e che presto o io manderò lui all’Inferno o lui manderà me in Paradiso”. Carlo, appoggiandosi alla crociata conclamata dal papa Urbano IV, aveva convinto i suoi che militavano per le Fede cattolica, contro lo scomunicato eretico e Saraceno, e che essi erano soldati di Cristo.
Manfredi faceva affidamento sul forte presidio lasciato a San Germano che peraltro era in zona paludosa e sarebbe stato favorito dalla stagione invernale; ma le giornate erano belle e serene, come di primavera e Manfredi si vide venire da S. Germano gente sconfitta, e con Galvano Lancia e gli altri baroni decise di ritirarsi a Benevento dove si accampò a due miglia dalla città (6 febbraio), accampandosi a un miglio di distanza.
Su consiglio dei suoi e facendo affidamento sulla stanchezza dei soldati di Carlo, deliberò di dar inizio alla battaglia. Ma mentre egli la osservava da un’altura si avvedeva che molti regnicoli delle sue due schiere (egli aveva la terza), con infame tradimento si astenevano dal combattere, quando il bisogno lo richiedeva (26 febbaio). Egli, deliberando di voler piuttosto morire – il conte di Acerra suo cognato e il vile conte Manfredi Maletta, suo zio (Di Cesare) non lo seguivano – calava nel campo dove più ardeva la mischia nella più folta schiera di nemici e tra loro, combattendo da sconosciuto, perché nessuno potesse darsi vanto della sua morte, restò infelicemente in terra estinto e sconosciuto e miseramente giacque. Così moriva Manfredi, dai suoi tradito in maniera infame.
Dopo la vittoria non vi fu crudeltà o strage che i Francesi non avessero posto in essere: Benevento andò a sacco e a ruba, senza distinzione di età e sesso; molti dei baroni che non erano stati uccisi ed erano fuggiti, erano stati fatti prigionieri; molti mandati in Provenza o in diversi luoghi del regno; con le preghiere dell’arcivescovo di Cosenza fu concessa la libertà ai fratelli Galvano e Federico Lancia (**) e Corrado e Marino Capece; per le crudeltà commesse da Carlo (riferiva Di Cesare), che il papa Clemente IV, gli avesse scritto una lettera, in cui gli diceva che se avesse continuato a signoreggiare nel modo in cui era abituato, avrebbe dovuto avere con sé sempre la spada in mano. la corazza addosso e un esercito al fianco; e che Carlo o per compiacere il papa o per altre mire, pubblicava un indulto in favore degli svevi, tra cui rientravano i quattro baroni indicati.
Erano trascorsi tre giorni e di Manfredi non si avevano notizie; vi era chi riteneva fosse scampato alla morte, ma era stata fatta fare dal re Carlo una diligente ricerca, e fu trovato il corpo nudo di Manfredi (28 Febbraio); quando lo vide, Giordano Lancia (***) piangendo e con le mani al volto gli si gettò sopra piangendo: “Signor mio, che vedo! Signor buono, signor saggio chi ti ha così crudelmente tolto di vita! Vaso di filosofia, ornamento della milizia, gloria dei Re, perché mi è negato un coltello, ch’io mi potessi uccidere per accompagnarti alla morte, come ti sono nelle miserie”.
Richiesto re Carlo di onorarlo con una sepoltura, vi fu l’opposizione del Legato Apostolico, sostenendo che fosse morto in contumacia della Santa Chiesa e Carlo rispose che non l’avrebbe fatto, se non fosse stato scomunicato; fu quindi sepolto in una fossa presso il Ponte di Benevento, dove, ogni soldato vi buttò una pietra, ergendovi un monticello di sassi.
Ma l’arcivescovo di Cosenza, fiero nemico, preso da implacabile odio, aveva gridato che sebbene il terreno non fosse consacrato, era terreno della Chiesa; che quel cane morto doveva esser tolto da quel luogo e portarlo fuori del Regno e le ossa buttarle al vento; di questo zelo si compiacque il papa Clemente IV e le ossa furono dissotterrate e a lume spento portate al fiume Verde, poi detto Marino, ed esposte alla pioggia e al vento, tanto che la gente di quel luogo non poté trovare di esse alcun segno o memoria.
*) Per la prima volta indicato il citra e ultra Pharum.
**) Annali di Matteo Spinello da Giovenazzo, Napoli 1872
***) Occorre tener presente che gli storici che facevano capo a Tommaso Costo (Compendio dell’istoria del regno di Napoli, Pandolfo Collenuccio, Mambrino Roseo e Tommaso Costo, Venezia, 1613) ritenevano che costoro e in particolare Giordano, lo avessero tradito, perché Manfredi aveva rapporti con la moglie (gli aveva adulterata la moglie), che era sua sorella; non solo, ma essi ritenevano che Manfredi avesse avvelenato, o usato un cuscino, anche del padre oltre del fratello Corrado e il nipote Federico; e aveva tentato di avvelenare anche Corradino che la madre lo aveva salvato non facendogli mangiare i dolciumi per bambini che gli aveva mandato, come riferito nel paragrafo di Tutini.
LE CRUDELTA’
DA CARLO
AVEVANO SPINTO
A CHIAMARE
CORRADINO IN ITALIA
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R |
imasto padrone del regno, Carlo d’Angiò si apprestò a recarsi a Napoli, città ricca e popolosa, dove fece il suo ingresso con una pompa che non si era mai vista durante il periodo di regno della stirpe sveva; con grande partecipazione degli abitanti (scriveva Di Cesare), che ritenevano come favor celeste, questo infausto rivolgimento di cose; e nel preferire l’usurpatore angioino al buon re Manfredi, che li aveva tanto stimati e blanditi, apparvero essi ingrati e stolti; e provarono quanto poco sappiano profittare del più bel dono che il Cielo possa far loro, di un egregio rettore. Il regno di Manfredi non era stato tanto lungo da far dimenticare le atrocità di Corrado, e con le concessioni e i benefici di Innocenzo, sarebbe emerso che, nell'applaudire Carlo, il fallo dei napoletani fu più quello della debolezza umana, che il proprio. Non appena si sapeva della morte di Manfredi e la vittoria angioina, il vessillo svevo era atterrato; solo a Lucera, nonostante il ferale annuncio, sventolava tuttora.
Mentre gli abitanti si preparavano a una resistenza, la regina Elena con la figlia Beatrice e i tre figli, Enrico, Federigo e Azzolino, con la sorella del re, moglie dell’imperatore Giovanni Ducas, si trovavano in quella città, dove l’ingratitudine dei cortigiani volle, che appena erano venuti a conoscenza dell’accaduto disastro, sgomberarono solleciti da Lucera. Ma tre di essi, cittadini di Trani, messer Monualdo, la moglie Amundilla e messer Amerusio, familiari dell’estinto re, facendo eccezione, rimasero presso la derelitta famiglia e consigliarono di recarsi a Trani per imbarcarsi per l’Epiro.
Spedito da Amerusio messer Lupone, per preparare una galea, la notte del 3 marzo giunsero a Trani Elena con i figliuoli e i familiari, accolti e ospitati nel castello, con gioia e onore. Ma certi frati inviati per il regno, scoperto quel segreto invitarono il castellano a consegnare quei preziosi pegni e il giorno 6, giunse la cavalleria francese ed Elena con i figliuoli furono portati a Nocera dei Pagani e rinchiusi in quel castello; la sola imperatrice era rimasta a Lucera e dopo che la città venne a patti con Carlo, lei aveva preferito affidarsi a lui.
Tutti si aspettavano che la fortuna che accompagnava Carlo, lo avrebbe reso più mite verso la popolazione, ma la sua natura non era mutabile ed egli godeva del male ed era rimasto sordo anche alle ammonizioni del papa Clemente IV. Egli, anche per compiacere il papa, aveva concesso l’indulto a Corrado di Antiochia, Galvano e Federico Lancia e Corrado e Marino Capece, per i quali vi era stata l’intercessione dell’arcivescovo di Cosenza, mentre Bartolomeo e Giordano e il fiorentino Asinio degli Uberti, erano stati inviati prigionieri in Francia e fatti morire di morte crudele; e, in ogni caso, quando Carlo risparmiava la vita di qualcuno, non risparmiava le loro sostanze.
Carlo aveva chiamato Jezzolino della Marra, che conosceva alla perfezione tutti i segreti delle finanze, che gli aveva suggerito tutti i modi per spogliare, con arte, la popolazione; e i regnicoli furono vessati con una sottigliezza che mai prima di allora, si fosse riscontrata; e si sentiva esclamare: Oh re Manfredi! Te vivo non conoscemmo, or morto te deploriamo! Te, noi credemmo lupo, ma a paragone di questi nuovi padroni, che per la nostra incostanza, ci siamo addosso attirati, or te riconosciamo placidissimo agnello. Ci lagnavamo che parte delle nostre sostanze, fosse consumata in tuo uso; ed or tutti i nostri beni, non solo, ma le persone nostre, son divenute preda di questi stranieri rapaci”. Le quali gravezze furono applicate ancora più spietatamente alla Sicilia, dove Carlo aveva mandato Filippo di Montfort.
Tutte queste circostanze, proseguiva Di Cesare, avevano fatto sì che gli animi si fossero rivolti all’Alemagna, facendo capo a Galvano e Federico Lancia, Corrado e Marino Capece, ai quali si erano uniti i ghibellini della Lombardia e della Toscana, per sollecitare la venuta di Corradino in Italia.
CON IL REGICIDIO
DI CORRADINO
LA DINASTIA
DEGLI HOENSTAUFEN
SI ESTINGUE
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orradino, scriveva Di Cesare, di animo ardito e generoso sebbene quindicenne, sin dal momento della usurpazione di Carlo, non si era mostrato indifferente allo spoglio della sua Casa, né alieno dal rivendicarne i diritti, tanto che il papa aveva già usato contro di lui le sue armi spirituali (Clemente IV lo aveva citato a comparire in sua presenza, e non essendosi presentato, lo aveva scomunicato il 29 giugno 1267).
Il papa, avendo deciso di riconquistare il regno e inviava una lunga enciclica ai principi della cristianità, mentre i partigiani svevi si erano radunati presso la Corte di Corradino, che affidava a Corrado Capece, uno dei più prodi guerrieri del tempo, l’incarico di preparare l’impresa; nominato capitan generale e vicario della Sicilia, Capece andava a creare subbuglio con i fratelli del re di Castiglia, Arrigo e Federico, su cui non riteniamo soffermarci.
Corradino giungeva a Verona, con quattromila cavalli e molti fanti, per animare il partito ghibellino della Lombardia, mentre il papa emetteva contro di lui un’altra bolla (1268) e Corradino, dopo essersi trattenuto fino al seguente anno, si recava a Pisa per imbarcarsi, dove l’attendevano trenta galere armate e molti altri legni, con cinquemila uomini agli ordini di Federico Lancia; mentre, il malcontento contro i francesi, nel regno, lasciava ben sperare.
Corradino, accompagnato dal duca Federico d’Austria, suo congiunto e coetaneo, da Galvano Lancia e dal figlio di questo, Galeotto; dal territorio di Siena si recava a Roma, nonostante il papa, da Viterbo, avesse scagliato vaticini sinistri contro di lui e contro il suo esercito, Corradino faceva il suo ingresso in Roma (10 agosto), trionfalmente accolto dal senatore Enrico di Castiglia e dallo stesso popolo che due anni prima aveva festeggiato Carlo d’Angiò.
Dopo varie scaramucce i due eserciti convennero ad Alba di Tagliacozzo (23 agosto 1268); il re Carlo aveva il suo esercito distribuito in varie parti del regno e si trovava con forze inferiori a quelle di Corradino; quando gli riferirono che a Napoli era giunto un gentiluomo francese, di grande esperienza nelle armi, proveniente dal Santo Sepolcro, che si stava recando in Francia (ci atteniamo alla versione di T. Costo cit.).
Carlo aveva espresso il desiderio di parlargli e portato alla sua presenza, lo aveva a lungo interrogato e alla fine, dopo le insistenti richieste del re, che gli aveva chiesto un suggerimento per la prossima battaglia, Valery, gli aveva risposto che dovevano attenersi esattamente a ciò che egli suggeriva per il giorno della battaglia, che aveva luogo nella pianura di Palenta (Marsica settentrionale).
La tattica era la seguente: Si sarebbero formati tre squadroni; nel primo vi erano romani, spagnoli, italiani e altri; al secondo, era messo a capo il Mariscalco del re, Filippo di Monforte, vestito e ornato con le insegne del re Carlo; il terzo fatto dei migliori uomini più fidati di Carlo, con la sua guardia e con lui, il duca Federico d’Austria, e il senatore Enrico di Castiglia, che volle restare libero di scorazzare nella battaglia.
Essi però dovevano attendere, in una valletta nascosta ai nemici nelle vicinanze; il segnale del loro intervento, lo avrebbe dato lui, al momento opportuno, dall’alto di una collinetta. Corradino aveva fatto anch’egli due squadroni che si scontrarono, al suono delle trombe, il giorno di sant’Agostino (28 Agosto); dopo tre ore di combattimento, non si riusciva a comprendere qual parte avesse il vantaggio. Infine, italiani e spagnoli, ristretti in un globo, abbatterono il valoroso Mariscalco che fu buttato per terra morto; il rumore si levò nel campo; Carlo era morto, l’impresa vinta.
I soldati di Corradino, come vittoriosi cominciarono disordinatamente a rubare e spogliare e godere il frutto della vittoria, con grida di letizia; i Tedeschi che erano a guardia di Corradino, col duca, li lasciarono soli; Alardo, dall’alto della collina faceva muovere il re, che in ordine e con impeto affrontava i nemici, carichi di preda e disordinati, e in parte disarmati e presi, o morti o messi in fuga; “imprudenza massima” commentava Di Cesare, “che stancò forse la fortuna, e cambiò in cipressi, gli allori del giovane monarca.
Carlo inutilmente aveva fatto cercare il corpo di Corradino che non si era trovato: Corradino, con il duca d’Austria, Enrico di Castiglia e conte Gerardo da Pisa, si erano allontanati; il senatore Enrico era stato arrestato a Rieti e mandato in Provenza dove finiva i suoi giorni.
Corradino con il duca d’Austria, il pisano conte Gherardo, Galvano Lancia e il figlio Galeotto, vestiti con abiti poveri di asinari, avendo errato per boschi, non sapendo dove andare, finirono sulla riva della marina romana di Astura, dov’era un pescatore con una barca, al quale chiesero di essere trasportati verso Siena o Pisa.
Il pescatore accettava ma per il pagamento, non avendo danaro, gli fu dato un anello; il pescatore per conoscerne il valore, si recava ad Astura dove riferiva di due giovani mal vestiti, ma di buon aspetto, e rifornitosi, se ne stava tornando alla barca; ma la notizia giunse a Giovanni Frangipane, signore di Astura che mandò ad arrestarli, e per onore o per avidità (commentava di Cesare), li fece consegnare a Carlo, che ordinava di tagliare la testa al figlio Galeotto, sul petto del padre a cui, subito dopo faceva seguire la stessa morte. E cosa incredibile a dirsi, commentava Di Cesare, ai ghibellini romani caduti in suo potere, faceva troncare ambo i piedi, e temendo che questo atroce spettacolo non irritasse contro di lui gli stessi guelfi di Roma, li fece circondare di materia combustibile facendoli bruciare con falò, per festeggiare il suo odioso trionfo.
Non sazio di tanto sangue, non versava ancora quello di cui era più assetato: il sangue dell’augusto giovinetto; per avere la sua disponibilità, da alcuni cardinali, lo aveva fatto assolvere dall’accusa dei reati contro la Chiesa; consultato il papa, rispose alla maniera degli Oracoli: “Vita Corradini, mors Caroli; mors Caroli, vita Corradini”. Trascinatolo in catene, per alcuni mesi, con i suoi compagni, con promessa di salvargli la vita (Di Cesare), ma per essere giustificato, riuniva i sindaci delle città del Principato citeriore e della Campania e giureconsulti, accusando Corradino, per estorcere da costoro la sua condanna.
Napoli, Salerno e Capua, erano per la pena capitale; inutile l’intervento del giurista Guidone da Suzaria: la sorte del misero giovinetto era decisa nell’animo dei suoi nemici. La sentenza fu letta dal protoscriba del Regno, Roberto di Bari e l’atroce regicidio fu eseguito in Piazza del Mercato (26 ottobre).
Lo storico Di Cesare aveva fatto una particolare ricerca per scoprire chi fosse stato a suggerire al re Carlo, la morte di Corradino e aveva scoperto, come spiegava nelle sue articolate note, che era stato il genovese Roberto di Lavena, ammiraglio e professore di diritto civile, che era entrato a far parte del suo seguito, dichiarando di essere felice di aver sparso una luce punitrice sul nome di costui, al quale, fino ad oggi era stata risparmiata la meritata infamia.
I baroni francesi erano stati gli unici a mostrarsi contrari al regicidio, in particolare il conte di Fiandra, genero di Carlo, contrario che a un giovane, di così nobile sangue, si dovesse infliggere la punizione della morte, che aveva trapassato con la spada il vile protoscriba. Alla fine prevalse la sentenza della morte: eseguita (26 Ottobre 1268) con la decapitazione di Corradino, del duca Federico d’Austria e del conte Gerardo da Pisa, che era stato capitano dei Toscani, avvenuta in piazza Mercato; Carlo vi aveva assistito, osservandoli da una torre.
La regina Elena con la sua famiglia, secondo Di Cesare, era nel castello di Nocera nel 1276; mentre alcuni scrittori ritenevano invece essere stati mandati nel castello di San Salvatore a mare, e altri in Castel del Monte, dove finirono i loro giorni. Mentre per l’Ammirato nel 1291, per averlo letto dai registri, erano a Castel del Monte; e Matteo Spinelli aveva scritto che questo castello nel 1268 era senza guardie e senza custodia e vi erano solo quindici cavalli guardati da lui e da Francesco Loffredo, con altri particolari. Per cui, salvo Beatrice, per la quale il principe di Salerno (poi Carlo II), aveva chiesto e ottenuto la libertà (6 giugno 1284), gli altri tre maschi temendo che non si chiedesse anche per loro la liberazione, furono segretamente trasferiti nell’antica prigione di Castel del Monte, come risultava nei registri del 1291, sotto la guardia del castellano francese Samminiaco, dove finirono i loro giorni, come già riferito.
Carlo I terminava la sua vita di stragi e di sangue ammalandosi e morendo a Foggia, ma vi era stato anche chi aveva scritto che, vinto da oppressione e malinconia, con un laccio, si fosse strangolato da se stesso.
DELLA VARIETA’
DELLA FORTUNA
DI CAMILLO TUTINI*
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ra i figliuli di Ruggero I, vi fu Costanza, erroneamente ritenuta figlia di Guglielmo che in vecchiaia, per giuste cagioni, fu sposata da Enrico VI imperatore e nello stesso tempo re di Napoli; le condizioni delle investiture in questo regno non consentivano l’unione delle due cariche per la quale (la seconda), vi fu la dispensa del papa, che l’aveva data concessa a Federico e Carlo V (è, a quanto risulta, la prima volta che se ne faccia menzione).
Da Costanza e Arrigo, nacque il mentovato Federico, che trastullato dalla Fortuna, assaggiò gli amari calici delle miserie di questo mondo. Tra gli altri figlioli che ebbe, fu Manfredi generato da madonna Lanza, gentildonna assai amata da esso; lo fe allevare con molto studio, menando seco ovunque andasse. Ritrovandosi infermo, Federico in Fiorentino in Terra Puglia, Manfredi assisteva alla sua cura, laonde, desideroso di succedere nel Regno e di maneggiare il gran tesoro acquistato dal padre, un giorno gli presentò alcune pere cotte inzuccherate, dove mischiato aveva il veleno, che mangiate, in poche ore cagionò la morte che fu nel 1250, benché alcuni vogliono, che con un piumazzo (cuscino), l’affogasse.
Intesa la morte di Federico da Corrado re dei Romani, suo figliolo legittimo, tosto si conferì in Napoli e dopo varie turbolenze di fortuna, fu ricevuto e trattato da re; ma passatosene in Puglia con Manfredi, venne a morte nel 1253, non senza sospetto di veleno che lo stesso Manfredi (come dicono) gli fé dare in alcuni medicamenti. Lasciava in Germania un figliuolo unico, di nome Corradino, nato dalla moglie, Isabella sorella del duca di Baviera.
Morto Corrado, Manfredi per rìmanere padrone di questo Regno da lui governato come bailo di suo nipote, procurò, per varie strade, di farlo morire. Onde mandò alcuni ambasciatori alla madre di Corradino, facendole sapere ch’era bene che gli mandasse suo figliolo nel Regno, perché avrebbe avuto cura di farlo allevare secondo l’usanza italiana e l’avrebbe reso più caro a quei popoli e diede commissione che nell’atto di baciar le mani a detto figliolo, gli porgessero delle confetture avvelenate affinché mangiate, gli producessero in certo tempo la morte, essendo composte di veleno a tempo: ma la saggia madre di Corradino, nel ricevere l’ambasceria, fé comparire diversi giovinetti, tutti vestiti in una foggia e in cambio di Corradino, presentò un altro figliuolo. Gli ambasciatori, fatte le debite cerimonie, eseguirono segretamente quanto Manfredi aveva ordinato, e dalla regina accomiatatisi, senza ottenere cosa alcuna, se ne partirono. Giunti ai lidi di Napoli ferono tingere le galere tutte di nero, dando a intendere che recavano la novella della morte di Corradino; onde Manfredi rimase tiranno e re del Regno di Napoli e malamente portandosi dal sommo pontefice, fu scomunicato e dichiarato intruso, illegittimamente entrato nel Regno del quale Carlo, conte di Provenza fu investito da Clemente IV , e detto Carlo I. Costui con formidabile esercito se ne venne dalla Francia, per discacciare Manfredi, e azzuffandosi in una guerra, Manfredi rimase miseramente morto vicino Benevento (1266).
Corradino, fatto grande, volle tentare di recuperare il Regno e con grosso esercito passò in Italia ove Carlo I nei campi Palentini (prov. dell’Aquila), rotto e consumato, si ridusse ad estrema miseria con l’arciduca d’Austria suo cugino e altri signori, furono fatti prigioui e condotti in piazza del mercato di Napoli (1268) dove Carlo I fece a tutti mozzare la testa e così nello spazio di diciotto anni, quattro re del Regno di Napoli, miseramente morirono, due di veleno, uno ucciso in battaglia, un altro per mano di carnefice e con queste morti si estinse la Casa di Svevia.
*) Estrapoliamo il racconto Della rovina della casa Sveva, dal libro di don Camillo Tutini, Discorso dell’origine e fondazione dei seggi di Napoli; con aggiunta, Della varietà della fortuna confirmata dalle Historie di molte famiglie del regno, Napoli 1754.
FINE